“Da grande voglio fare niente, come te”. L’immaterialità’ del lavoro nelle società complesse

Questa è la risposta data da mia figlia alla banalissima domanda su cosa le piacerebbe fare da grande. A fronte di una mia prima reazione di sconcerto, ho provato ad indagare un po’ più analiticamente nelle sue rappresentazioni mentali chiedendole:
“Che lavoro fa mamma?”Torino - parco della Colletta
“Niente”.
E papà?
“Niente”.
Bene, la risposta è chiara. Tuttavia la bambina è ben consapevole che i suoi genitori abbiano una vita professionale fuori casa, se non altro, per l’organizzazione, spesso complicata, di turni che ci impegnano nei vari accompagnamenti scuola – casa – attività ludiche e sportive.
Poi, una sua riflessione mi suggerisce che il problema non sta nella definizione della professione, ma nella sua descrizione, perché le mancano le parole per descrivere, appunto, un processo di lavoro che sfugge alle sue capacità di rappresentazione:
“Anzi, voglio lavorare col computer”.
A fronte, di professioni sempre più immateriali, che non costruiscono un prodotto concreto, ma attivano e realizzano servizi, il rischio è proprio quello di confondere il processo di lavoro con lo strumento, il computer appunto. Ma, il computer ha mille altre funzioni, spesso e volentieri non professionali.
Mi sono venute in mente le parole di un orafo, intervistato nel corso di un progetto a sostegno dell’artigianato, orgoglioso di lavorare in casa e poter mostrare al figlio l’intero processo del suo lavoro, dall’ideazione, lo schizzo su carta, alla contemplazione dell’oggetto concluso.
Nelle attuali società complesse, le professioni sono spesso sempre più immateriali e può essere difficile descrivere un processo di lavoro che sfugge alle logiche tradizionali di una catena produttiva.
Eppure, abbiamo bisogno di parole per descrivere quello che facciamo, per aiutare le nuove generazioni (e non solo…) a elaborare rappresentazioni chiare e condivisibili dei nostri processi di lavoro.