“Ti regalo un disegno!”

Escher - Mani che disegnano

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Disegno di Beatrice – 5 anni

Ti regalo un disegno!”. Quante volte osserviamo questo comportamento da parte di un bambino? Certamente moltissime volte, possiamo essere testimoni, diretti o indiretti, di questo bellissimo atto di gratuità affettiva. Soprattutto se il bambino è in età prescolare, regala disegni a molte persone importanti della sua rete sociale: ovviamente i genitori, i nonni, gli amici del cuore, ma anche le maestre e gli insegnanti sportivi.

Non voglio soffermarmi qui sulle valenze cognitive della produzione grafiche. Piaget ne ha abbondantemente parlato nei suoi saggi, evidenziando come il disegno del bambino possa essere prova del suo livello cognitivo, oltre che delle sue strutture mentali. E neppure voglio parlare delle componenti emotivo-affettive e dei significati simbolici che possono essere letti nel disegno del bambino, su cui l’interpretazione psicoanalitica ha speso molte riflessioni, da McKlein ad Anna Freud.

Vorrei parlare invece di un aspetto spesso trascurato della produzione grafica del bambino, che è appunto l’atto del donare il disegno, nel senso antropologico del termine. Esso è contemporaneamente motivazione iniziale della produzione (“Adesso disegno questo per…) o destinazione finale (“Adesso questo lo regalo a…”). Il disegno diventa testimonianza, tangibile e soprattutto prodotta del tutto artigianalmente, del legame affettivo che il bambino nutre per il destinatario. Non c’è nulla che lo rappresenti di più e che possa fare da testimone simbolico di questo legame.

Quando, nel corso dei primi anni di vita, il bambino produce i primi “scarabocchi intenzionali” (non è un termine dispregiativo, ovviamente, vedi Lowenfeld e Brittain)  scopre che può lasciare traccia di sé attraverso una matita su un foglio, e questa scoperta produce piacere, entusiasmo, orgoglio. Insomma non c’è prova più tangibile della propria identità dei tratti prodotti con le matite sui fogli di carta o con i gessi colorati sull’asfalto. Tanto è vero che non appena sarà in grado, sentirà il bisogno di autografare l’opera, seppur con lettere stentate e tremolanti.

Per questo l’atto di regalare un disegno ha un significato intimamente affettivo per il bambino. Gli antropologi (vedi Mauss) hanno analizzato le componenti etiche e sociali che stanno alla base del dono: lo scambio dei beni, anche se di valore intrinseco non fondamentale, è uno dei modi più comuni e universali per creare relazioni umane. Il dono implica una forte dose di libertà, perché si può scegliere che cosa regalare. Il bambino sceglie molto spesso il disegno, restituendo così graficamente la relazione di fiducia e affetto che nutre verso il destinatario. Una sorta di contratto affettivo, con tanto di carta firmata.

Peccato che la pratica del disegno, tenda a scemare con l’età, sostituita quasi del tutto dalla scrittura, anche per priorità didattiche. Il bambino che prosegue appassionatamente è spesso un talento che ha bisogno di questa modalità di espressione. Ma, per dirla con Picasso, “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi