Tra le pagine di Astrid Lindgren: storie di avventura, indipendenza femminile, ma anche fiabe tradizionali

Se dico Astrid Lindgren, probabilmente a buona parte dei lettori verrà in mente una ragazzina ribelle e scalmanata, di nome Pippi, dalla chioma rossa come il suo temperamento, che ha accompagnato l’infanzia di molti di noi con le sue avventure strepitose e avvincenti. E in effetti il romanzo di Pippi Calzelunghe, pubblicato per la prima volta nel 1945, da un lato suscitò perplessità e disapprovazione da parte del mondo adulto, preoccupato che una bambina intraprendente e disubbidiente potesse diventare un modello d’identificazione per i propri figli, dall’altro venne accolta con incredibile entusiasmo proprio dal pubblico più giovane. Probabilmente Pippi ripercorre, in versione femminile, la stessa reazione che un altro monello del secolo precedente provocò nel pubblico grande e piccolo…Parliamo di Pinocchio, ovviamente: fino a quel momento la letteratura per l’infanzia era imbrigliata in obiettivi pedagogici moralistici e didascalici (vedi per esempio Giannetto di Parravicini) e abbondava di bambini-modello ubbidienti e giudiziosi, insomma, idealmente perfetti… Pinocchio, come anche Gian Burrasca, prorompono con energia nelle pagine per bambini, incarnando il monello anti-eroe, trasgressivo e ribelle, pronto a superare il limite imposto dall’adulto o incapace di autocontrollo. È per questo che personaggi come Pinocchio e la stessa Pippi piacciono tanto al pubblico infantile: perché, sì, i bambini hanno bisogno anche di personaggi “imperfetti” che consentano di dare sfogo agli intimi desideri di ribellione e disubbidienza, almeno nell’identificazione simbolica fornita dalla narrazione. Pippi in particolare incarna esperienze di leggerezza, spensieratezza, spontaneità, ma è anche un modello di indipendenza, coraggio e libertà femminili. Non è l’unico personaggio della Lindgren a evocare queste esigenze, si pensi per esempio a Ronja la figlia del brigante, di cui ho già scritto in un precedente articolo.

Tuttavia, la produzione della Lindgren è ricchissima, anche di opere meno note, come alcune fiabe tradizionali che ho scoperto solo recentemente, raccolte da Iperborea con il titolo “L’uccellino rosso”. Fiabe da cui emerge un’infanzia perduta e desolata di bambini costretti alla miseria, all’indifferenza e alla solitudine. L’uccellino rosso, per esempio, conduce due fratellini orfani e poverissimi in un mondo parallelo incantato, di cui non possiamo stabilire se sogno o realtà, contenente tutto ciò di cui la loro breve e grigia vita è priva: il tempo del gioco e della spensieratezza, le amicizie, una grande mamma buona, madre di tutti i bambini persi e dimenticati, che offre loro calore, accoglienza e cibo d’amore. Ed è lì che preferiscono restare, chiudendo per sempre il protone che li separa dalla vita reale, ahimè, amara e desolata. In Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?, Malin, la bambina protagonista, è costretta a vivere in un tetro e cupo ospizio di anziani, dopo la morte dei genitori, ma desidera con tutta se stessa portare un po’ di colore in questo luogo di alienazione. Il suo desiderio è tanto profondo da riuscire a donare il suo stesso spirito ad un piccolo albero di tiglio sonante; incarnata nell’albero, continuerà così a vivere nel cortile dell’ospizio, portando finalmente gioia e bellezza. E ancora in Tum Tum Tum! l’autrice ci parla di un legame generazionale molto speciale che lega un nonno alla sua nipotina, intessuto delle storie che si raccontano, perché solo “chi è molto vecchio e chi è nuovo al mondo capisce certe cose”. Rapita e costretta all’oblio dal popolo sotto-terrestre, sarà proprio la voce del nonno che intona la loro filastrocca a risvegliare la sua coscienza e riportarla in superficie. La parola narrata è ancora una volta testimonianza di condivisione e strumento di salvezza.

È ben chiaro a questo punto che la produzione di Astrid Lindgren, autentico talento narrativo, richieda di essere esplorata con attenzione e riscoperta.

*Per ogni approfondimento: Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, Gruppo Editoriale L’Espresso

La Buca di Emma AdBåge: un albo illustrato per parlare del desiderio del bambino di avventura, esplorazione e libertà

Che cosa può avere di tanto affascinante una buca nel cortile di una scuola? Un cortile che ha ovviamente la consueta serie di attrazioni per bambini (altalene, campi da pallavolo, strutture per arrampicarsi)… Tuttavia, una semplice buca diventa lo scenario preferenziale di gioco, al punto da meritarsi addirittura l’iniziale maiuscola ed essere denominata appunto “La Buca”.

La risposta è molto semplice: “E’ piena di salite e di discese, di rami e di sassi, e in un punto c’è del fango giallo che non finisce mai!”.  E soprattutto “Lì si può giocare a qualsiasi cosa”. Insomma, è lo scenario perfetto per giocare liberamente a ciò che si vuole, riempendo continuamente di significati nuovi uno spazio destrutturato e imprevedibile.

Questo delizioso albo scritto e illustrato di Emma AdBåge – una delle più promettenti illustratrici svedesi di nuova generazione – affronta un tema pedagogico oggi particolarmente attuale, ossia forte tendenza all’eliminazione del rischio. Oggi gli ambienti di vita del bambino sono sempre più sicuri, sia dal punto di vista fisico che sociale, e parallelamente gli adulti impegnati nell’educazione delle nuove generazioni eccedono spesso in iperprotettività, impedendo al bambino di fare una naturale esperienza di autoregolazione al rischio. Al rischio occorre infatti essere intenzionalmente e gradualmente esposti, al fine di educare all’esplorazione dei propri limiti e possibilità.

Al contrario, molti adulti di oggi eliminano in partenza la possibilità di rischio (non solo fisico, ma anche emotivo e sociale), l’esposizione alla frustrazione o all’insuccesso, nell’illusoria attesa di contribuire alla felicità e alla sicurezza del bambino. Nel libro questa fantasia angosciosa dell’adulto, che ovviamente interviene regolarmente per impedire il gioco libero dei bambini nei pressi della Buca, è espressa con una frase puntuale e lapidaria: “perché si può morire”.

Inoltre, nelle società occidentali la maggior parte delle attività dei bambini (sportive, culturali, ricreative) sono organizzate, pianificate e gestite da adulti. Nella vita di molti bambini di oggi, quasi non esiste la reale esperienza di tempo libero, perché l’intera giornata è scandita da tempi, spazi e gruppi con strutture burocratiche da rispettare. Il risultato è una generazione di bambini più incapaci di valutare situazioni e distinguere pericoli.

Ecco che La Buca diventa rappresentazione fisica e metaforica dell’innato desiderio di esplorazione del bambino, il gusto per l’avventura, la necessità di scoperta e di confronto con la complessità. È lo spazio fisico che consente giochi sempre nuovi, in cui il bambino impara a gestire il proprio corpo, a misurare proporzioni e rapporti, a sviluppare equilibrio e adattabilità.

La Buca non è solo materialmente “un vuoto da riempire”, è anche metaforicamente assenza, spazio vuoto, ossia il contesto giusto e terreno fertile per stimolare la creatività. È irregolarità e imprevedibilità, la rottura degli schemi ludici preconfezionati dagli adulti.

Il divieto dell’adulto non impedirà l’intimo desiderio dei bambini di misurarsi con La Buca: non potendo più giocare dentro la buca, inizieranno a sostare sul confine, irreparabilmente attratti dalle sue potenzialità di gioco. Il confine della buca non è solo fisico ovviamente, ma anche simbolico, ossia il desiderio di valicare il confine delle regole dell’adulto. E quando la buca addirittura verrà riempita, scomparendo definitivamente dal cortile, ecco che lo sguardo dei bambini si sposterà al Mucchio, un nuovo territorio da esplorare e conquistare. Purchè non sia l’adulto a definire i confini del gioco.

Emma AdBåge (2020), La Buca, Camelozampa

Antonella Bastone (2019), A lezione con i film d’animazione. Quando il cartone animato incontra la pedagogia, (Gruppo Editoriale L’Espresso)

Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, (Gruppo Editoriale L’Espresso)

Ronja di Astrid Lindgren: un’eroina di oggi

Un altro romanzo (o dovremmo parlare di fiaba moderna?) che ho amato tantissimo da bambina e che ho riletto oggi con rinnovato stupore per le innumerevoli sollecitazioni educative in esso contenute. Sto parlando di Ronja la figlia del brigante, scritto nel 1981 da quel genio narrativo di Astrid Lindgren (ai più nota per il personaggio di Pippi Calzelunghe, ma autrice di altre meravigliose storie). Quali temi affronta? Solo per citarne alcuni:

  • Il rapporto d’amore con la natura (tema quanto mai attuale oggi, in dibattiti sempre più accesi sull’ecosostenibilità). Come dimenticare il grido euforico di primavera di Ronja? “Ed era arrivata. E si sentiva immersa nella primavera. Tutto era meraviglioso ovunque, intorno a lei e dentro di lei. Ronja si mise a gridare sempre più forte, e poi dovette spiegarlo a Birk. – Se non grido il mio grido di primavera, scoppio. Ascolta, ascolta bene la primavera!”. È una natura amata e rispettata in tutte le sue manifestazioni stagionali, bella d’estate come d’inverno, popolata anche da creature misteriose e temibili (griginani, culotti, ombrignomi e strigi)
  • Lo scatto evolutivo della pre-adolescenza (gli 11 anni di Ronja sono particolarmente attuali): la sua necessità di staccarsi da un padre divorato da un amore iperprotettivo e soffocante, orgogliosissimo di una figlia femmina come successore; il suo bisogno di sperimentarsi in autonomia, con un’esperienza di vita selvaggia nel bosco, intrinsecamente capace di sviluppare potenzialità e rivelare limiti (che ci ricorda tanto le prove di sopravvivenza degli eroi fiabeschi)
  • La competenza emotiva: in un solo capitolo (il 12), i protagonisti riescono a fluttuare repentinamente in tutta la gamma delle emozioni primarie. Sono, nell’arco di poche ore: pallidi dalla collera, spossati dalla sparizione della collera, abbattuti dalla tristezza e dal pentimento, impauriti e angosciati, morsi dalla vergogna e finalmente felici, anzi, entusiasti…
  • L’incontro con un partner affettivo maturo (naturale conseguenza del superamento dell’oggetto d’amore primario paterno), che è un po’ fratello, un po’ migliore amico, un po’ certamente qualche altra cosa che sta nascendo, ma a cui non si sa dare ancora un nome, come legittimamente succede in preadolescenza
  • Un’interessante, attuale e inusuale riflessione sui ruoli di genere e sociali: innanzitutto Ronja è un’eroina femminile dalla natura coraggiosa e selvaggia (chi ha detto che le fiabe sono popolate solo da principesse che aspettano principi azzurri?), la quale, per imparare a non avere paura, si mette intenzionalmente di fronte alla situazione di pericolo! “Ronja non fece altro che stare attenta a tutto quello che era pericoloso e si esercitò a non avere paura”. Ma Ronja è anche una figlia di brigante, destinata ad essere brigante, anzi, capo-banda, che sin da bambina si opporrà a questa aspettativa genitoriale: insomma, una bambina selvaggia, coraggiosa, ma compassionevole, che non può tollerare di guadagnarsi da vivere dai soprusi e dalle sofferenze altrui, capace di ribellarsi ad un modello adulto autorevole di devianza sociale.

C’è altro da dire sull’attualità di questa storia? Come sovente, mi trovo a ripetermi che ci sono storie con una potenzialità formativa intrinseca, capaci di trasmettere messaggi di un’attualità indeterminata perché parlano dell’essere umano in sé, nella sua autenticità evolutiva, pur nel dinamismo dei cambiamenti socioculturali.

*Per ogni approfondimento: Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione”, Gruppo Editoriale L’Espresso

Il GGG di Roald Dahl: la paura può essere anche un gigante buono

Per me il nome di Roald Dahl si associa ad una precisa immagine: lo scaffale della biblioteca di paese della mia infanzia, dove stavano riposti i libri dell’autore che prendevo ripetutamente in prestito e di cui ricordo soprattutto le pagine consumate dalle mani di tanti bambini. 

Del GGG ho visto il film recentemente e mi vengono in mente alcune osservazioni che credo valga la pena di condividere, soprattutto quando la cosiddetta letteratura per l’infanzia (spesso svalutata o faticosamente accreditata al livello di “letteratura seria”) è in grado di darci dei suggerimenti così chiari che difficilmente potremmo spiegare in maniera più diretta. Continua a leggere Il GGG di Roald Dahl: la paura può essere anche un gigante buono