Il GGG di Roald Dahl: la paura può essere anche un gigante buono

Per me il nome di Roald Dahl si associa ad una precisa immagine: lo scaffale della biblioteca di paese della mia infanzia, dove stavano riposti i libri dell’autore che prendevo ripetutamente in prestito e di cui ricordo soprattutto le pagine consumate dalle mani di tanti bambini. 

Del GGG ho visto il film recentemente e mi vengono in mente alcune osservazioni che credo valga la pena di condividere, soprattutto quando la cosiddetta letteratura per l’infanzia (spesso svalutata o faticosamente accreditata al livello di “letteratura seria”) è in grado di darci dei suggerimenti così chiari che difficilmente potremmo spiegare in maniera più diretta. Continue reading

“Mamma, qual è il mio talento?”

Propongo questa domanda in veste ovviamente provocatoria, dopo aver sentito molte volte i bambini confrontarsi e interrogarsi su questo tema. Il fatto che oggi molti bambini, anche di età prescolare e scolare, si pongano questa domanda, e con loro molti dei loro adulti di riferimento, stimola una riflessione sulla pertinenza dell’interrogarsi, ad un’ età anche precoce, sul possesso di un talento. La lingua ci suggerisce che il talento è una piccola eccezionalità in qualche ambito, addirittura una genialità. Forse questa domanda riflette l’aspettativa di un mondo adulto, quello attuale, sempre meno propenso a confrontarsi con l’esperienza dell’insuccesso, del fallimento, della mancanza e sempre più orientato alla realizzazione dell’esclusività e della relativa popolarità. Il bambino che si domanda in quale ambito (scolastico, sportivo, artistico, ludico, cognitivo) sia eccezionale è un bambino che si confronta presumibilmente con la mancanza di qualcosa, perché il talento, come espressione di doti eccezionali, è un requisito di pochi. Continue reading

I BAMBINI SONO FILOSOFI

Foto di Fraccalvieri Fabio - MAUT TorinoQuando avvio i corsi per operatori d’infanzia o di sostegno alla genitorialità, spesso parto da questa considerazione: i bambini sono piccoli filosofi, perché hanno la capacità di meravigliarsi e mantenere costantemente attiva la curiosità verso il mondo.
Questo innato desiderio di conoscenza (ricordate? Filosofia significa letteralmente “amore per il sapere’) si manifesta prestissimo nello sviluppo. A partire dai primi mesi, quando il bambino divora il mondo con lo sguardo, o quando intorno ai 10 mesi inizia a puntare il ditino attirando l’attenzione dell’adulto su ciò gli interessa e intende decifrare. Questo semplice gesto (in termini tecnici pointing) consente di condividere l’attenzione dell’adulto e avere un sostegno nel decifrare la misteriosa mappa del mondo.
Per non parlare poi di cosa succede con lo sviluppo del linguaggio… La curiosità del bambino ben si manifesta attraverso la domanda continuamente posta alla realtà: “perché“?
Il filosofo ha proprio questa attitudine in comune con i bambini: la curiosità verso il mondo, il desiderio di capire quali meccanismi e fenomeni sottostanno alla natura. In genere, all’adulto, ahimè, resta il disincanto…per questo a volte è disturbato dalla catena infinita di “perché” del bambino: è costretto a fermarsi, interrogarsi, scomporre i propri equilibri consolidati. L’adulto dà il mondo per scontato e l’abituazione purtroppo fa perdere il senso della meraviglia.
Per dirla con Jostein Gaarder. “L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci (…). Nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci” (da “Il mondo di Sofia”).