Sull’Educatore Professionale: medicalizzazione, vocazione, professionalità

Quando, nel 1998, mi sono iscritta al corso di laurea in Scienze dell’Educazione, erano ancora molti quelliEscher - mani che disegnano che non sapevano chi fosse e cosa facesse l’Educatore Professionale. Le obiezioni più frequenti erano: E cosa sarebbe? Quindi è una specie di psicologo? O di assistente sociale? Ma perché serve una laurea per fare questo?

In verità la confusione dilagava anche tra i diretti interessati che frequentavano il corso di laurea; quante volte ho sentito dire “mi sono iscritta qui perché mi piace lavorare con i bambini”. Salvo poi scontrarsi, qualche anno dopo con la realtà del tirocinio, generalmente diversa dall’aspettativa iniziale di un nido d’infanzia…

Uno scontro che generava spesso turbamenti, inquietudine, se non addirittura l’abbandono del percorso…

La situazione oggi è certo cambiata, basti pensare alle tante associazioni che divulgano la conoscenza della figura dell’Educatore Professionale, seppur non sempre in maniera collaborativa, e ne difendono il profilo.

Oggi mi occupo quasi esclusivamente di formazione e proprio dai percorsi formativi dei futuri Educatori Professionali sorge la mia necessità di spendere ancora qualche parola su questa figura, forse oggi più nota nell’immaginario comune, ma ancora fragile nella sua delimitazione professionale.

La mia prima preoccupazione riguarda la progressiva medicalizzazione che sta investendo la figura dell’Educatore Professionale. In diverse realtà la formazione dell’Educatore è gestita dal settore medico, con conseguente impoverimento degli studi pedagogici nei piani di studio.

Attenzione! Educatori…Educatrici…nutritevi di cultura pedagogica, è di questo che abbiamo bisogno! Abbiamo già chi si occupa di fare diagnosi e di curare sintomi… Ma la persona non si riduce alla malattia o al problema.

La mia seconda preoccupazione riguarda la persistenza di una certa concezione del lavoro educativo che sintetizzo con il termine di “vocazione”. Per molto tempo, e ahimè spesso ancor oggi, ho sentito dire che per fare l’educatore serve la vocazione… Si è delineata un’immagine di educatore “buon samaritano”, istintivamente votato al sociale, essere filantropico destinato ad occuparsi degli svantaggiati e a fare del bene.

È evidente che alla base di questa scelta professionale ci sia un orientamento verso il sociale, ma non abbiamo bisogno di vocazione. Abbiamo bisogno di professionalità.

Il lavoro educativo, per quanto esposto ai rischi di regressioni e involuzioni, alla mancanza di certezze assolute e prevedibilità, non si improvvisa, né si accontenta di un investimento appassionato come potrebbe essere quello fornito da un volontario.

Il lavoro educativo richiede innanzitutto la capacità di pratiche professionali. Quali?  L’osservazione partecipata, per esempio. Il colloquio educativo. La mediazione. La progettazione. Tutte competenze professionali che non si improvvisano, ma si apprendono dallo studio e dalla pratica quotidiana e che costituiscono quel connubio fondamentale tra sapere-saper fare-saper essere che realizza un buon intervento educativo.

Attenzione, perché la concezione vocazionale del lavoro educativo non può che danneggiarne il profilo…Perché potrebbe creare l’aspettativa di un operatore sociale animato da un istinto naturale al sociale e capace di azioni di gratuità nei confronti del servizio…

Il lavoro dell’Educatore Professionale è già duro, forte, naturalmente esposto ai rischi di stress e malessere, oltre che poco remunerato… Non abbiamo bisogno di ulteriori complicazioni.