Rudolf alla ricerca della felicità, una lezione di vita…tra attualità e tradizione

Rudolf alla ricerca della felicità è un film che si allontana dalle rappresentazioni cinematografiche cui siamo abituati e che riflette un modello culturale caratteristico, quello giapponese, con il proprio sistema fondante di valori, il proprio modello di percorso di indipendenza e di ruoli sociali. Il film è infatti basato sul romanzo per bambini più venduto in Giappone.

Il protagonista è Rudolf, un gattino nero, che vive in Giappone con la sua amata padroncina. Un giorno, spinto dal desiderio di esplorare il mondo, salta su un camion e si ritrova, dopo una notte di viaggio, a Tokyio. Nella capitale incontra Tigre, un grande gatto-capo temuto e rispettato da tutti che prende Rudolf sotto la sua protezione.

La vicenda rappresenta il percorso di indipendenza del giovane maschio, in un contesto socioculturale tradizionale, dove i ruoli sociali e di genere sono definiti in modo preciso e differenziato. Crescere significa innanzitutto allontanarsi dal cosiddetto codice materno (qui rappresentato dalla padroncina), ossia un sistema fatto di scambi affettivi, conforto, rassicurazione e protezione. Occorre recidere un cordone ombelicale simbolico per accedere a un nuovo sistema, il codice paterno, qui rappresentato dal maestro/padre Tigre. Il maestro prepara il giovane al mondo, guida il suo apprendistato sociale, contiene o nega gli scambi affettivi attraverso un atteggiamento educativo severo e autoritario. I valori che trasmette sono quelli fondanti della società cui appartiene: l’importanza della cultura per sopravvivere e avere successo sociale, l’integrità, il sacrificio, la determinazione. Non che non esista una dimensione affettiva, ma semplicemente evolve da una relazione materna diadica con la padroncina alle dinamiche di gruppo tra pari (i nuovi amici di Rudolf) fatte di solidarietà, collaborazione e competizione.

Emblematica la scena conclusiva in cui Rudolf si impegna ostinatamente nella ricerca della sua padroncina, ma quando la ritrova a un anno di distanza, scopre di essere stato sostituito da un nuovo cucciolo. Se lo spettatore avrà desiderato intimamente un ricongiungimento con questo amore originario, sarà rimasto deluso, proprio come il giovane Rudolf di fronte a questa scoperta. Il viaggio di ritorno infatti non ha come obiettivo il ricongiungimento, ma è un rito di passaggio necessario alla maturità. Rudolf infatti appare imbarazzato e a disagio quando per errore la padroncina nel sonno lo abbraccia perché ormai è cresciuto e ha superato questa modalità di relazione. La sua vita è ormai altrove, lontano dalla casa di origine, insieme agli amici e al padre/maestro con cui ha avviato i primi passi della maturità.

Un film, come detto inizialmente, che riflette un modello tradizionale per gran parte superato nel mondo occidentale dove la distanza tra codice materno/paterno e tra ruoli maschili/femminili è sfumata in un modello di complementarietà funzionale alla competenza genitoriale.