“Mamma, qual è il mio talento?”

Propongo questa domanda in veste ovviamente provocatoria, dopo aver sentito molte volte i bambini confrontarsi e interrogarsi su questo tema. Il fatto che oggi molti bambini, anche di età prescolare e scolare, si pongano questa domanda, e con loro molti dei loro adulti di riferimento, stimola una riflessione sulla pertinenza dell’interrogarsi, ad un’ età anche precoce, sul possesso di un talento. La lingua ci suggerisce che il talento è una piccola eccezionalità in qualche ambito, addirittura una genialità. Forse questa domanda riflette l’aspettativa di un mondo adulto, quello attuale, sempre meno propenso a confrontarsi con l’esperienza dell’insuccesso, del fallimento, della mancanza e sempre più orientato alla realizzazione dell’esclusività e della relativa popolarità. Il bambino che si domanda in quale ambito (scolastico, sportivo, artistico, ludico, cognitivo) sia eccezionale è un bambino che si confronta presumibilmente con la mancanza di qualcosa, perché il talento, come espressione di doti eccezionali, è un requisito di pochi.

Con questo non intendo che non si debbano riconoscere e coltivare abilità, attitudini e predisposizioni, certamente il talento, se ci sono le condizioni, avrà modo di rivelarsi. Ma quante volte il talento è un obiettivo preconfezionato dell’adulto? Quante volte il bambino sente di dover rispondere a un’aspettativa più o meno esplicita di eccezionalità da parte dell’adulto?

La maggior parte di noi si confronta con una quotidianità fatta di cose che ci piacciono e cose che ci piacciono meno, di cose che ci riescono meglio e cose che ci richiedono maggior impegno. Forse oggi ha più senso lavorare sulla costruzione e sull’apprendimento di strategie che consentano di restare in equilibrio con le sfide della vita, di affrontare i problemi, di imparare a gestire le difficoltà, di conoscere le potenzialità della nostra vita emotiva e di cogliere le opportunità della realtà.

Di cosa ha bisogno un bambino? Di conoscere se stesso, di esplorare il mondo, di interrogarsi, di sperimentarsi per trovare luoghi, tempi e spazi che gli consentano di esprimersi, di stare bene, di affrontare il disagio, di cavarsela. Ha bisogno di serenità, soprattutto, di ridere, di divertirsi, ma anche di piangere, di cadere, di rialzarsi. Di coltivare amicizie, di amare, di arrabbiarsi. Di cose così, banalità forse, per qualcuno. Ma è da qui che si inizia. Dal confronto con la normalità della realtà emerge l’abilità e forse anche il talento.

Oggi è un talento vivere in una società cosiddetta fluida, in un mondo che cambia continuamente, dove è difficile trovare punti di riferimento stabili e proiettarsi nel futuro, dove anche gli adulti appaiono spesso confusi e disorientati. Insomma, oggi è un talento essere un bambino.