L’intervento con le donne vittime di violenza nelle parole degli educatori professionali

Un progetto di ricerca di qualche anno fa mi ha consentito di raccogliere alcune testimonianze di educatori professionali che lavorano in progetti di recupero di donne vittime di violenza. Le parole emerse nel corso di queste interviste, intense e spesso sofferte, mi sembra che possano rappresentare una traccia d’intervento degna di condivisione, non solo per chi opera nel controverso tema della violenza, ma per ogni operatore sociale.

Particolare di Schiele - nudo di schiena

Particolare di Schiele – nudo di schiena

La donna vittima di violenza ammette spesso con grande difficoltà la propria condizione e la stessa presa di consapevolezza della violenza è un percorso tortuoso e ambivalente che genera sorpresa e disorientamento. Soprattutto nei casi di violenza prolungata, il timore del giudizio sociale può essere un fattore che ostacola la motivazione al cambiamento: l’apparente impotenza e passività appare incomprensibile per chi non conosce i metodi coercitivi e manipolativi del controllo. La dinamica perversa agisce infatti lentamente e impercettibilmente, disorientando l’altro e rendendolo spesso incapace di riconoscere il proprio ruolo di vittima.
Eppure la letteratura sul tema ha ampiamente descritto la forza dell’attaccamento perverso che lega i due protagonisti di questo ingranaggio – vittima e perpetratore – e che assume le forme della dipendenza psicologica. Molte donne vittime di violenza tendono a investire in rapporti in cui possano sentirsi utili e indispensabili: sono attratte da “uomini da salvare” e disposte ad accettare qualsiasi comportamento per la paura essere abbandonate. Questa dinamica relazionale è stata definita “complesso di Cenerentola’ (Bowling C.): si basa sulla convinzione che essere donna significhi soprattutto dover dare, sacrificarsi, a vivere nell’ombra in attesa di un uomo che sia capace di guidarla.
La vittima, soggiogata dalla paura e ridotta all’isolamento sociale, ma vincolata da un forte legame di dipendenza dall’oppressore, finisce per colludere con esso, arrivando spesso a giustificarlo e proteggerlo, trasferendo le colpe su di sé.
Pertanto, il problema principale da affrontare, anche in un’ottica preventiva, è sostenere il processo di riconoscimento della violenza da parte della vittima, anche se assume spesso un significato di sconfitta personale.
Dice M., educatrice professionale: “Partiamo da adesso, sapendo che tutto quello che c’è prima esiste, non è che puoi ignorarlo, la possibilità di dare un’alternativa, di poter ricominciare qualcosa di nuovo, per quanto faticoso e diverso (…) Questo aiuta anche l’educatore a dare un confine sul fatto che ad un certo punto le persone con la loro sofferenza devono cercare di andare avanti, e confidare sul fatto che tu sia stato sufficientemente sostenente da potergli permettere di avere un’alternativa rispetto alla loro esperienza di vita. Tutti abbiamo un’alternativa…
È opportuno rispettare i tempi e i ritmi della vittima per affrontare e rielaborare l’esperienza: “nel quotidiano educativo c’è il lavorare sulla pazienza, l’ansia, anche l’accettare se stessi, il rispetto per la difficoltà di raggiungere l’autonomia stessa’, dice N. un’altra educatrice professionale.
La violenza produce due principali effetti sulla vita della vittima: la deprivazione del proprio potere personale e la distruzione dei legami sociali. Pertanto, ogni intervento dovrebbe focalizzarsi proprio su questi due aspetti:
1. Empowerment: accrescere le capacità di controllare attivamente la propria vita, sostenere la vittima nella ridefinizione della propria identità, ricostruendo il senso di fiducia in sé, l’autostima, la propria capacità di decisione e iniziativa, di portare avanti progetti personali.
2. Ricostruzione dei legami sociali: superare l’isolamento e costruire nuove relazioni sociali, imparando a riconoscere e affrontare le situazioni di pericolo, a provare fiducia per le persone, quando questa fiducia è garantita, e sospenderla in caso contrario
Dice D. a questo proposito: “Io qui sono l’unico educatore maschio e questo è importante per loro, per le esperienze che hanno avuto, hanno un’immagine molto discussa e negativa di uomo. È importante per loro poter provare fiducia per un uomo, far capire che ci sono altri tipi di uomini’.
E ancora M. “ la cosa più importante è poter offrire un’alternativa alle cose a cui sono abituate, anche solo poter permettere loro di sapere che c’è un modo diverso anche di stare con gli altri, di relazionarsi con quello che sta intorno a loro, fuori da loro stesse’.
La sfida del lavoro educativo si gioca spesso nella definizione della giusta distanza emotiva, nel duplice obiettivo di contenere l’altro e restituirgli un’immagine valida di sé.
C’è da fare sempre un lavoro di confine, sulla capacità dell’educatore di avvicinarsi, di sapersi spostare in questa sorta di danza con l’altro, per cui in alcuni momenti mi avvicino ed entro in una relazione più affettiva, ma anche la capacità poi di potermi allontanare e sapergli dare dei rimandi di realtà, anche sulle regole, del contesto in cui si ritrovano”.
Proprio come nella ben nota metafora di Schopenhauer: i porcospini, nell’intento di riscaldarsi devono fare più tentativi per trovare la giusta distanza tra loro perché se stanno troppo lontani non si scaldano, ma se si avvicinano troppo si pungono…