Il viaggio come esperienza formativa

Hopper - stanze sul mareTempo d’estate, tempo di viaggi e vacanze, tempo, anche, di riflessione.

Che il viaggio sia considerato esperienza formativa non è certo una novità. Basti pensare alla pratica del viaggio di formazione, diffuso nell’ Europa  dal XVII secolo, e praticato dai giovani dell’aristocrazia con l’obiettivo di perfezionare il loro sapere.  Il Grand Tour, così come veniva comunemente denominato,  rappresentava un moderno rito di passaggio che sanciva il passaggio in età adulta dei giovani aristocratici. Un viaggio, quindi, per imparare a vivere.

Anche nelle fiabe* il viaggio è un topos molto frequente, sia sotto forma di percorso strutturato e orientato al raggiungimento di un obiettivo sia come confuso peregrinare. Il viaggio nelle fiabe rappresenta una forma allontanamento da ciò che è consueto, abituale e rassicurante, una transizione che ha effetto terapeutico e formativo per l’eroe da cui riemerge sempre più abile e maturo.

Il viaggio entra quindi a pieno titolo tra le esperienze formative dell’educazione informale, ossia quell’insieme di apporti formativi che ciascuno riceve dalle esperienze di vita quotidiana. L’apprendimento non avviene solo mediante processi organizzati e in luoghi formalizzati. Lungo tutto il corso della vita esiste un ambiente d’apprendimento diffuso capace di stimolare apprendimenti significativi, spesso senza che il soggetto ne abbia consapevolezza.

Ma quali apprendimenti possono essere stimolati dall’esperienza del viaggio? A mio avviso, queste sono le tappe più significative:

  • Il distacco: l’allontanamento da tutto ciò che è noto e consueto stimola esperienze di riflessione e indipendenza
  • L’imprevisto: per quanto sia raffinata ed evoluta la nostra capacità organizzativa, qualsiasi viaggio presenta – fortunatamente – qualche elemento imprevisto che sfugge alle nostre capacità di pianificazione e che ci costringe a mettere in atto diverse capacità di problem solving
  • L’incontro con il nuovo, il diverso, l’estraneo: uno degli aspetti più interessanti del viaggiare è l’opportunità degli incontri umani, nella loro complessità e varietà di forme, dove la differenza acquisisce un’innegabile valenza formativa, come espansione dei punti di vista
  • Il ritorno: è la fase della metabolizzazione dei ricordi, l’accomodamento dell’esperienza nel nostro percorso di vita.

Tuttavia, dicevamo, non sempre abbiamo consapevolezza degli apprendimenti che acquisiamo in maniera diffusa e informale nel corso della vita quotidiana. La riflessione pedagogica ci insegna a recuperare e far emergere la valenza formativa anche dalle esperienze di tutti i giorni, sviluppando intenzionalità e consapevolezza.

Personalmente, penso che la più grande eredità lasciata dal viaggio sia il desiderio di viaggiare ancora, di rimettersi  di nuovo in moto…

Per concludere, una riflessione di Claudio Magris**:

Il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo; partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo

* per una riflessione più approfondita vedi ‘Imparare dal viaggio e dalle esperienze di vita. Sindibad il marinaio’, in Antonella Bastone (2014), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione

** Claudio Magris, L’Infinito Viaggiare