Fare formazione, per me

Fare formazione è una professione che mi “fa sentire a casa”.
Tuttavia il solo termine “formazione” appare sempre un po’ riduttivo rispetto alle tante funzioni assolte in aula: trasmettere contenuti, stimolare cambiamenti conoscitivi, orientare percorsi cognitivi, interpretare riflessioni, suscitare processi di scoperta. In sintesi, curare il processo trasformativo dell’apprendimento.
Penso ai tanti gruppi avviati, guidati, anche un po’ accuditi, e alla fine congedati. È il processo di questo lavoro, è il senso dell’educare, un’esperienza di accompagnamento che non è per sempre, ma solo per un pezzetto di strada.

escher-ascending-and-descenOgni gruppo è una sfida, un percorso di crescita, qualcosa che nasce, cresce e poi si conclude. È innanzitutto un incontro umano, non solo con il gruppo che fisicamente prende forma in aula: c’è tutta la fase di progettazione formativa che implica anche l’incontro con personaggi del passato e del presente, culture e discipline, correnti di pensiero, autori, saggi e romanzi, riflessioni da sottolineare e trascrivere e riproporre.
E ovviamente l’incontro con le persone, continuamente nuove persone, una quantità incredibile di incontri. Un incrocio irripetibile di narrative individuali, da cui lo stesso formatore apprende moltissimo.
In adolescenza amavo tantissimo l’immagine della vita come un insieme di linee che si uniscono e si dividono. Mi ritorna spesso in mente anche oggi nel mio lavoro.
Si prosegue tutti i giorni per un tratto piccolissimo della propria linea; a volte, si incrocia un’altra retta e, per un certo periodo, si procedere parallelamente ad altre linee, poi si creano altri punti di tangenza, oppure si prosegue da soli su una superficie. Più o meno casualmente si capita nella vita di un altro individuo e si può influenzarne il percorso, si può lasciare una traccia. Se proviamo a ripensare al nostro passato, ricorderemo sicuramente almeno un incontro che ci ha permesso di aprire nuovi orizzonti.
Quindi fare formazione, nel senso intimamente pedagogico del termine, è riuscire ad organizzare incontri significativi. Capaci di stimolare processi di apprendimento.
La parte più stimolante del lavoro è rendersi strumento di conoscenza, offrire la propria esperienza, conoscitiva e di vita, per stimolarne altre. Mettere a disposizione le proprie conoscenze per produrre esperienza, consapevolezza, benessere. Aiutare le persone a riconoscere il proprio potenziale ed esprimerlo. D’altra parte, ogni persona ha in sé qualcosa che la rende diversa e speciale rispetto alle altre, e ogni buon incontro si basa su questo principio.

 

 

 

 

Commenti

  1. Mi piace l’articolo. C’è passione nelle tue parole e questo crea sicuramente vicinanza tra te, che hai scritto queste riflessioni, e me, come lettore. Mi intriga anche questa immagine dei punti di tangenza, tuttavia ho difficoltà a credere alla casualità degli incontri, soprattutto degli incontri che ci hanno spalancato nuovi orizzonti. Commentare il tuo articolo con uno slogan, con poche parole? Direi “Si causalità, no casualità”, sia in riferimento agli incontri informali, sia agli incontri “speciali”, ai rapporti professionali, ma anche alle scelte: “fare formazione mi fa sentire a casa”, fare formazione è anche “realizzare incontri significativi” (come dici). In bocca al lupo per questa entusiasmante sfida esistenziale e professionale, che mi sembra maggiormente benaugurale rispetto al freddo “buon lavoro”. A presto.

  2. Complimenti per l’articolo appassionato e per la scelta dell’opera di M.C.Escher. Da parte mia propongo la metafora del numero -8- per visualizzare in estrema sintesi ciò che significa formazione e apprendimento. Alcune culture considerano questo numero come il simbolo dell’infinito, apprendere formando o formare apprendendo….anche graficamente questo simbolo traduce un percorso continuo, senza sosta. Si scopre, così che c’è un senso, un filo conduttore che lega ciò che siamo, ciò che facciamo, ciò che scegliamo.
    E scegliere di non fermarsi, fa la differenza. Buona continuazione 🙂
    P.s. per dirla come Escher, suggerisco la sua famosa opera “Metamorphose” … (trasFORMAZIONE)