“Da grande voglio fare niente, come te”. L’immaterialità’ del lavoro nelle società complesse

Questa è la risposta data da mia figlia alla banalissima domanda su cosa le piacerebbe fare da grande. A fronte di una mia prima reazione di sconcerto, ho provato ad indagare un po’ più analiticamente nelle sue rappresentazioni mentali chiedendole:
“Che lavoro fa mamma?”Torino - parco della Colletta
“Niente”.
E papà?
“Niente”.
Bene, la risposta è chiara. Tuttavia la bambina è ben consapevole che i suoi genitori abbiano una vita professionale fuori casa, se non altro, per l’organizzazione, spesso complicata, di turni che ci impegnano nei vari accompagnamenti scuola – casa – attività ludiche e sportive.
Poi, una sua riflessione mi suggerisce che il problema non sta nella definizione della professione, ma nella sua descrizione, perché le mancano le parole per descrivere, appunto, un processo di lavoro che sfugge alle sue capacità di rappresentazione:
“Anzi, voglio lavorare col computer”.
A fronte, di professioni sempre più immateriali, che non costruiscono un prodotto concreto, ma attivano e realizzano servizi, il rischio è proprio quello di confondere il processo di lavoro con lo strumento, il computer appunto. Ma, il computer ha mille altre funzioni, spesso e volentieri non professionali.
Mi sono venute in mente le parole di un orafo, intervistato nel corso di un progetto a sostegno dell’artigianato, orgoglioso di lavorare in casa e poter mostrare al figlio l’intero processo del suo lavoro, dall’ideazione, lo schizzo su carta, alla contemplazione dell’oggetto concluso.
Nelle attuali società complesse, le professioni sono spesso sempre più immateriali e può essere difficile descrivere un processo di lavoro che sfugge alle logiche tradizionali di una catena produttiva.
Eppure, abbiamo bisogno di parole per descrivere quello che facciamo, per aiutare le nuove generazioni (e non solo…) a elaborare rappresentazioni chiare e condivisibili dei nostri processi di lavoro.

Commenti

  1. Buongiorno Antonella, il suo spunto, all’apparenza semplice, coglie un aspetto da tutti sottovalutato che è quello di dare per scontato che ciò che facciamo e diciamo, per meglio dire: quello di cui siamo convinti sia automaticamente e totalmente recepito dagli altri. Il suo ambito pedagogico e la sua esperienza è davvero molto utile per aiutare a semplificare e conseguentemente rendere più fruibili e comprensibili a tutti (a prova di bambino) le nostre azioni. L’esempio da lei proposto mi tocca da vicino, non tanto nella relazione con i figli, ma soprattutto nella relazione professionale dove la difficoltà a rappresentare l’utilità del mio servizio la riesco a superare solo quando riesco a “mostrare” fisicamente l’elaborato cartaceo di un progetto. Può capire da ciò quanto mi sia difficile sensibilizzare potenziali acquirenti e come il suo spunto mi sia davvero di grande aiuto. Grazie, Michele

  2. Grazie Michele, il mio suggerimento era proprio questo, riflettere, in modo un pò naif, su un tema di grande importanza che è la comunicabilità della nostra professione. Ho lavorato molto in questo campo, job description come si usa definirlo, e ho appurato che non è semplice. Ma forse, se riusciamo a spiegare a un bambino cosa facciamo, allora il nostro lavoro sarà più visibile e comunicabile

  3. Cara Antonella, grazie per i tuoi spunti – sempre molto preziosi – forse per motivi anagrafici e di esperienza, prima di leggere il tuo post ero fermo alla incomunicabilità del proprio mestiere ai genitori, o agli adulti in genere. La tua riflessione condivisa ha arricchito di un nuovo punto di vista la questione. Grazie e buon lavoro.