Tra le pagine di Astrid Lindgren: storie di avventura, indipendenza femminile, ma anche fiabe tradizionali

Se dico Astrid Lindgren, probabilmente a buona parte dei lettori verrà in mente una ragazzina ribelle e scalmanata, di nome Pippi, dalla chioma rossa come il suo temperamento, che ha accompagnato l’infanzia di molti di noi con le sue avventure strepitose e avvincenti. E in effetti il romanzo di Pippi Calzelunghe, pubblicato per la prima volta nel 1945, da un lato suscitò perplessità e disapprovazione da parte del mondo adulto, preoccupato che una bambina intraprendente e disubbidiente potesse diventare un modello d’identificazione per i propri figli, dall’altro venne accolta con incredibile entusiasmo proprio dal pubblico più giovane. Probabilmente Pippi ripercorre, in versione femminile, la stessa reazione che un altro monello del secolo precedente provocò nel pubblico grande e piccolo…Parliamo di Pinocchio, ovviamente: fino a quel momento la letteratura per l’infanzia era imbrigliata in obiettivi pedagogici moralistici e didascalici (vedi per esempio Giannetto di Parravicini) e abbondava di bambini-modello ubbidienti e giudiziosi, insomma, idealmente perfetti… Pinocchio, come anche Gian Burrasca, prorompono con energia nelle pagine per bambini, incarnando il monello anti-eroe, trasgressivo e ribelle, pronto a superare il limite imposto dall’adulto o incapace di autocontrollo. È per questo che personaggi come Pinocchio e la stessa Pippi piacciono tanto al pubblico infantile: perché, sì, i bambini hanno bisogno anche di personaggi “imperfetti” che consentano di dare sfogo agli intimi desideri di ribellione e disubbidienza, almeno nell’identificazione simbolica fornita dalla narrazione. Pippi in particolare incarna esperienze di leggerezza, spensieratezza, spontaneità, ma è anche un modello di indipendenza, coraggio e libertà femminili. Non è l’unico personaggio della Lindgren a evocare queste esigenze, si pensi per esempio a Ronja la figlia del brigante, di cui ho già scritto in un precedente articolo.

Tuttavia, la produzione della Lindgren è ricchissima, anche di opere meno note, come alcune fiabe tradizionali che ho scoperto solo recentemente, raccolte da Iperborea con il titolo “L’uccellino rosso”. Fiabe da cui emerge un’infanzia perduta e desolata di bambini costretti alla miseria, all’indifferenza e alla solitudine. L’uccellino rosso, per esempio, conduce due fratellini orfani e poverissimi in un mondo parallelo incantato, di cui non possiamo stabilire se sogno o realtà, contenente tutto ciò di cui la loro breve e grigia vita è priva: il tempo del gioco e della spensieratezza, le amicizie, una grande mamma buona, madre di tutti i bambini persi e dimenticati, che offre loro calore, accoglienza e cibo d’amore. Ed è lì che preferiscono restare, chiudendo per sempre il protone che li separa dalla vita reale, ahimè, amara e desolata. In Suona il mio tiglio, canta il mio usignolo?, Malin, la bambina protagonista, è costretta a vivere in un tetro e cupo ospizio di anziani, dopo la morte dei genitori, ma desidera con tutta se stessa portare un po’ di colore in questo luogo di alienazione. Il suo desiderio è tanto profondo da riuscire a donare il suo stesso spirito ad un piccolo albero di tiglio sonante; incarnata nell’albero, continuerà così a vivere nel cortile dell’ospizio, portando finalmente gioia e bellezza. E ancora in Tum Tum Tum! l’autrice ci parla di un legame generazionale molto speciale che lega un nonno alla sua nipotina, intessuto delle storie che si raccontano, perché solo “chi è molto vecchio e chi è nuovo al mondo capisce certe cose”. Rapita e costretta all’oblio dal popolo sotto-terrestre, sarà proprio la voce del nonno che intona la loro filastrocca a risvegliare la sua coscienza e riportarla in superficie. La parola narrata è ancora una volta testimonianza di condivisione e strumento di salvezza.

È ben chiaro a questo punto che la produzione di Astrid Lindgren, autentico talento narrativo, richieda di essere esplorata con attenzione e riscoperta.

*Per ogni approfondimento: Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, Gruppo Editoriale L’Espresso

La Buca di Emma AdBåge: un albo illustrato per parlare del desiderio del bambino di avventura, esplorazione e libertà

Che cosa può avere di tanto affascinante una buca nel cortile di una scuola? Un cortile che ha ovviamente la consueta serie di attrazioni per bambini (altalene, campi da pallavolo, strutture per arrampicarsi)… Tuttavia, una semplice buca diventa lo scenario preferenziale di gioco, al punto da meritarsi addirittura l’iniziale maiuscola ed essere denominata appunto “La Buca”.

La risposta è molto semplice: “E’ piena di salite e di discese, di rami e di sassi, e in un punto c’è del fango giallo che non finisce mai!”.  E soprattutto “Lì si può giocare a qualsiasi cosa”. Insomma, è lo scenario perfetto per giocare liberamente a ciò che si vuole, riempendo continuamente di significati nuovi uno spazio destrutturato e imprevedibile.

Questo delizioso albo scritto e illustrato di Emma AdBåge – una delle più promettenti illustratrici svedesi di nuova generazione – affronta un tema pedagogico oggi particolarmente attuale, ossia forte tendenza all’eliminazione del rischio. Oggi gli ambienti di vita del bambino sono sempre più sicuri, sia dal punto di vista fisico che sociale, e parallelamente gli adulti impegnati nell’educazione delle nuove generazioni eccedono spesso in iperprotettività, impedendo al bambino di fare una naturale esperienza di autoregolazione al rischio. Al rischio occorre infatti essere intenzionalmente e gradualmente esposti, al fine di educare all’esplorazione dei propri limiti e possibilità.

Al contrario, molti adulti di oggi eliminano in partenza la possibilità di rischio (non solo fisico, ma anche emotivo e sociale), l’esposizione alla frustrazione o all’insuccesso, nell’illusoria attesa di contribuire alla felicità e alla sicurezza del bambino. Nel libro questa fantasia angosciosa dell’adulto, che ovviamente interviene regolarmente per impedire il gioco libero dei bambini nei pressi della Buca, è espressa con una frase puntuale e lapidaria: “perché si può morire”.

Inoltre, nelle società occidentali la maggior parte delle attività dei bambini (sportive, culturali, ricreative) sono organizzate, pianificate e gestite da adulti. Nella vita di molti bambini di oggi, quasi non esiste la reale esperienza di tempo libero, perché l’intera giornata è scandita da tempi, spazi e gruppi con strutture burocratiche da rispettare. Il risultato è una generazione di bambini più incapaci di valutare situazioni e distinguere pericoli.

Ecco che La Buca diventa rappresentazione fisica e metaforica dell’innato desiderio di esplorazione del bambino, il gusto per l’avventura, la necessità di scoperta e di confronto con la complessità. È lo spazio fisico che consente giochi sempre nuovi, in cui il bambino impara a gestire il proprio corpo, a misurare proporzioni e rapporti, a sviluppare equilibrio e adattabilità.

La Buca non è solo materialmente “un vuoto da riempire”, è anche metaforicamente assenza, spazio vuoto, ossia il contesto giusto e terreno fertile per stimolare la creatività. È irregolarità e imprevedibilità, la rottura degli schemi ludici preconfezionati dagli adulti.

Il divieto dell’adulto non impedirà l’intimo desiderio dei bambini di misurarsi con La Buca: non potendo più giocare dentro la buca, inizieranno a sostare sul confine, irreparabilmente attratti dalle sue potenzialità di gioco. Il confine della buca non è solo fisico ovviamente, ma anche simbolico, ossia il desiderio di valicare il confine delle regole dell’adulto. E quando la buca addirittura verrà riempita, scomparendo definitivamente dal cortile, ecco che lo sguardo dei bambini si sposterà al Mucchio, un nuovo territorio da esplorare e conquistare. Purchè non sia l’adulto a definire i confini del gioco.

Emma AdBåge (2020), La Buca, Camelozampa

Antonella Bastone (2019), A lezione con i film d’animazione. Quando il cartone animato incontra la pedagogia, (Gruppo Editoriale L’Espresso)

Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, (Gruppo Editoriale L’Espresso)

Fumetti, bandes dessinées, comics, graphics novels… quando l’immagine disegnata diventa strumento di narrazione e di comunicazione

La comunicazione grafica è una delle più antiche adottate dall’essere umano per esprimere situazioni, sentimenti, bisogni; parallelamente all’evoluzione dell’uomo, ha assunto modalità sempre nuove con cui veicolare i propri contenuti, adattandosi a contesti socioculturali molteplici e sfruttando le novità tecnologiche del proprio tempo.

Il fumetto è una di queste modalità espressive, capace di coniugare le acquisizioni di molte arti: innanzitutto le tecniche del disegno pittorico per le immagini, le tecniche narrative per i dialoghi, ma anche le tecniche di inquadratura del cinema. Il fumetto, infatti, in quanto insieme di vignette che in sequenza creano un’azione, ha un’enorme capacità di esprimere situazioni, sentimenti e stati d’animo molteplici.

Tuttavia, da un punto di vista formativo, il fumetto non ha goduto sempre di grande popolarità e forse anche oggi le sue potenzialità sono sottovalutate…

Storicamente il fumetto nasce negli Stati Uniti alla fine del XIX secolo (Yellow Kid è considerato il primo fumetto della storia) e da quel momento questo nuovo prodotto narrativo verrà esportato in tutto il mondo, diventando un fenomeno popolare di massa. In Italia la storia del fumetto è avviata da «Il Corriere dei Piccoli» (nato nel 1908), utilizzato anche dal fascismo come strumento di propaganda politica, finalizzato a trasmettere l’amore patriottico nelle giovani generazioni.

Tuttavia, nel secondo dopoguerra, esperti e studiosi di educazione si scagliano duramente contro il fumetto, addirittura con una proposta di legge di censura preventiva: il fumento viene considerato “nefasto” e pericoloso per l’educazione dei giovani, poiché esalta l’aggressività (Nilde Iotti, 1951).

Dagli anni 60 però, la produzione fumettistica decolla definitivamente: si moltiplicano i generi e si diffonde il fumetto d’autore, dove si presta una crescente attenzione al risultato estetico e alla qualità dell’immagine, sempre più curata e raffinata. Il culmine del successo dei fumetti in Italia si colloca fra gli anni 60 e 70 (in questi anni i fumetti italiani sono i più venduti nel mondo occidentale). Nel 1965, nasce anche il “Salone internazionale dei Comics”: per la prima volta il fumetto, tradizionalmente relegato alle sottoculture popolari, viene elevato a materia di studio anche accademico. Il «Corriere dei Piccoli» vive una fase di grande rinnovamento, grazie anche all’importazione di fumetti come i Puffi e Lucky Luke, oltre che personaggi emergenti, tra cui Corto Maltese, La Pimpa, Lupo Alberto.

Oggi anche il mondo accademico è generalmente concorde nel riconoscere la dignità di questa produzione narrativa – anche definita “letteratura disegnata” – e la sua funzione educativa e didattica: uno strumento utile, efficace e generalmente gradito, con cui costruire percorsi didattici e unità di apprendimento.

Lo stesso Gianni Rodari, nel suo ben noto passaggio “9 modi per insegnare ai ragazzi a odiare la lettura”(1964, Giornale dei Genitori), indica il seguente:Presentare il libro come alternativa al fumetto; il fumetto ha la funzione di nutrire e alimentare il bisogno di avventure, di comicità da consumare in fretta, da rinnovare spesso: è maneggevole, è economico, è scambiabile (…) non ha niente a che fare con la lettura, è un’altra cosa, ma i ragazzi non hanno bisogno soltanto di buone letture”.

Insomma, il principio guida per l’adulto è sempre lo stesso: il bambino deve essere messo nelle condizioni di poter fare scelte che soddisfino i suoi gusti e bisogni. La lettura non è solo strumento didattico, ma possibilmente anche piacere. Calvino parlerebbe di “lettura sensuale”, ossia capace di assorbire tutti i nostri sensi e farci evadere in un mondo in cui si vorrebbe permanere. E il fumetto – con la sua commistione di immagini, parola scritta e simbologia grafica – ne ha certamente tutte le potenzialità.

Marrone G., Il fumetto fra pedagogia e racconto. Manuale di didattica dei comics a scuola e in biblioteca, 2004, Tunué

Bastone A., Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, 2015, Gruppo editoriale L’Espresso

Bastone A., A lezione con i film d’animazione. Quando il cartone animato incontra la pedagogia, 2019, Gruppo Editoriale L’Espresso

A lezione con i film d’animazione. Quando il cartone animato incontra la pedagogia

Dedicato a chi pensa che…

  • Si può imparare anche da un buon film d’animazione
  • Si possono trattare argomenti impegnati e rilevanti anche attraverso modalità meno tradizionali, capaci di stimolare l’apprendimento con “leggerezza” (mai intesa come superficialità)

Oggi il film d’animazione rappresenta un fenomeno culturale di enorme rilevanza sociale, responsabile della produzione di personaggi e narrazioni di popolarità internazionale, capaci di segnare culturalmente il pubblico di ogni età e di suggerire – più o meno esplicitamente – importanti cambiamenti in atto per quanto riguarda modelli di pensiero, ruoli sociali, sistemi di valori e criticità del mondo attuale.

Ma soprattutto… il film d’animazione è portatore spesso di una saggezza inaspettata, capace di testimoniare cambiamenti fondamentali nello sviluppo dell’essere umano e dei gruppi sociali, di segnalare l’urgenza di problematicità del mondo attuale, oltre che di evocare insegnamenti di grande rilevanza educativa. Ecco perché il film d’animazione può incontrare favorevolmente la pedagogia e suggerire riflessioni su temi di grande attualità dal punto di vista educativo e formativo, purché lo spettatore sia disposto ad accogliere il prodotto d’animazione innanzitutto come storia, ossia alla stregua dei grandi racconti di ogni tempo, dotate di un’intrinseca capacità narrativa e trasversalità comunicativa

Il libro è suddiviso in sezioni tematiche (emozioni, sviluppo della personalità, identità femminile e gruppi sociali), all’interno delle quali film di produzioni diverse colloquiano fra loro per stimolare riflessioni sugli argomenti in questione:

  • C. 1 Emozioni in gioco. La competenza emotiva spiegata dal cinema d’animazione (Inside Out, Trolls, La canzone del mare)                        
  • C.2 Crescere: un equilibrio faticoso tra costruzione dell’identità e relazioni genitoriali (Coco, Rudolf alla ricerca della felicità, Il Piccolo Principe, Ritorno al bosco dei 100 acri)
  • C.3 L’evoluzione dell’identità femminile: nuove eroine per il cinema d’animazione (Frozen, Oceania, Ribelle)
  • C.4 La sfida del 21° secolo: abitare il pianeta, vivere con gli altri (Zootropolis, Wall-e)

Il libro è acquistabile su numerosi stores online, tra cui Ilmiolibro,Amazon, Feltrinelli, IBS, Mondadori e personalmente presso tutte le librerie Feltrinelli.

Ronja di Astrid Lindgren: un’eroina di oggi

Un altro romanzo (o dovremmo parlare di fiaba moderna?) che ho amato tantissimo da bambina e che ho riletto oggi con rinnovato stupore per le innumerevoli sollecitazioni educative in esso contenute. Sto parlando di Ronja la figlia del brigante, scritto nel 1981 da quel genio narrativo di Astrid Lindgren (ai più nota per il personaggio di Pippi Calzelunghe, ma autrice di altre meravigliose storie). Quali temi affronta? Solo per citarne alcuni:

  • Il rapporto d’amore con la natura (tema quanto mai attuale oggi, in dibattiti sempre più accesi sull’ecosostenibilità). Come dimenticare il grido euforico di primavera di Ronja? “Ed era arrivata. E si sentiva immersa nella primavera. Tutto era meraviglioso ovunque, intorno a lei e dentro di lei. Ronja si mise a gridare sempre più forte, e poi dovette spiegarlo a Birk. – Se non grido il mio grido di primavera, scoppio. Ascolta, ascolta bene la primavera!”. È una natura amata e rispettata in tutte le sue manifestazioni stagionali, bella d’estate come d’inverno, popolata anche da creature misteriose e temibili (griginani, culotti, ombrignomi e strigi)
  • Lo scatto evolutivo della pre-adolescenza (gli 11 anni di Ronja sono particolarmente attuali): la sua necessità di staccarsi da un padre divorato da un amore iperprotettivo e soffocante, orgogliosissimo di una figlia femmina come successore; il suo bisogno di sperimentarsi in autonomia, con un’esperienza di vita selvaggia nel bosco, intrinsecamente capace di sviluppare potenzialità e rivelare limiti (che ci ricorda tanto le prove di sopravvivenza degli eroi fiabeschi)
  • La competenza emotiva: in un solo capitolo (il 12), i protagonisti riescono a fluttuare repentinamente in tutta la gamma delle emozioni primarie. Sono, nell’arco di poche ore: pallidi dalla collera, spossati dalla sparizione della collera, abbattuti dalla tristezza e dal pentimento, impauriti e angosciati, morsi dalla vergogna e finalmente felici, anzi, entusiasti…
  • L’incontro con un partner affettivo maturo (naturale conseguenza del superamento dell’oggetto d’amore primario paterno), che è un po’ fratello, un po’ migliore amico, un po’ certamente qualche altra cosa che sta nascendo, ma a cui non si sa dare ancora un nome, come legittimamente succede in preadolescenza
  • Un’interessante, attuale e inusuale riflessione sui ruoli di genere e sociali: innanzitutto Ronja è un’eroina femminile dalla natura coraggiosa e selvaggia (chi ha detto che le fiabe sono popolate solo da principesse che aspettano principi azzurri?), la quale, per imparare a non avere paura, si mette intenzionalmente di fronte alla situazione di pericolo! “Ronja non fece altro che stare attenta a tutto quello che era pericoloso e si esercitò a non avere paura”. Ma Ronja è anche una figlia di brigante, destinata ad essere brigante, anzi, capo-banda, che sin da bambina si opporrà a questa aspettativa genitoriale: insomma, una bambina selvaggia, coraggiosa, ma compassionevole, che non può tollerare di guadagnarsi da vivere dai soprusi e dalle sofferenze altrui, capace di ribellarsi ad un modello adulto autorevole di devianza sociale.

C’è altro da dire sull’attualità di questa storia? Come sovente, mi trovo a ripetermi che ci sono storie con una potenzialità formativa intrinseca, capaci di trasmettere messaggi di un’attualità indeterminata perché parlano dell’essere umano in sé, nella sua autenticità evolutiva, pur nel dinamismo dei cambiamenti socioculturali.

*Per ogni approfondimento: Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione”, Gruppo Editoriale L’Espresso

Imparare con le fiabe. Bibliografia minima

Puzzle “Fiabe” di James Christensen

Le persone che incontro in aula e che restano affascinate dal mio approccio formativo basato su materiale fiabesco, spesso mi chiedono da dove cominciare per iniziare ad orientarsi all’interno di una bibliografia minima ragionata sulle funzioni formative ed educative delle fiabe. Ecco a mio avviso i primi testi da cui partire:

  1. I due manuali di Vladimir Propp (Morfologia della fiaba e Le radici storiche dei racconti di fate), fondamentali per iniziare ad analizzare in maniera scientifica il materiale fiabesco, in particolare gli elementi di continuità transculturale e la contestualizzazione socioeconomica della narrazione fiabesca. Nel primo volume, definito appositamente “Morfologia”, l’autore analizza proprio come uno scienziato naturalista il materiale narrativo, nelle sue caratteristiche formali e strutturali (definite funzioni) che si ritrovano nelle produzioni di tutto il mondo, aldilà del contesto di appartenenza. Nel secondo volume Propp sostiene la teoria per cui le fiabe siano il prodotto dell’evoluzione sociale, storica ed economica dell’uomo:  le fiabe sono il residuo antropologico dei riti di iniziazione caratteristici del regime dei clan e in esse si ritrovano simbolicamente molti elementi (l’allontanamento da casa, la casetta nel bosco, le mutilazioni e la morte temporanea, la scienza furba, i doni magici), «finché il rito esisteva era cosa viva, non potevano esserci fiabe su di esso»
  2. Il breve saggio Sulle fiabe di Tolkien: fantasia, recupero, fuga, consolazione sono i fattori necessari per la realizzazione di una buona fiaba. “Feeria è un paese pericoloso, pieno di trabocchetti per gli incauti e di tranelli per i temerari. E tra questi posso essere annoverato anch’io perché, pur essendo stato un appassionato di fiabe fin da quando ho imparato a leggere, e a volte le abbia fatte oggetto di riflessione, mai però ho affrontato il problema da professionista“.
  3. Per un’analisi psicoanalitica delle fiabe, imperdibile il saggio di Bettelheim Il mondo incantato: situazioni, personaggi, eventi delle fiabe non sono una descrizione fattuale della realtà ma rappresentazione simbolica dei processi psichici interiori, in particolare quelli legati al conflitto edipico. Pertanto la lettura della fiaba consente di accogliere, dare forma, esprimere e liberare contenuti emotivi inconsci che creano disagio nel bambino “La fiaba è terapeutica perché il soggetto trova le sue proprie soluzioni, meditando su quanto la storia sembra implicare sei suoi riguardi e sui conflitti interiori in quel momento della sua vita”
  4. Il saggio di Italo Calvino Sulla fiaba: l’autore, oltre ad aver realizzato l’eccezionale raccolta di fiabe popolari italiane, ha prodotto questo interessante riflessione critica sulle caratteristiche delle fiabe. Calvino sostiene che le fiabe rappresentano, in forma simbolica, una spiegazione generale della vita, dove si ritrovano i grandi problemi e difficoltà esistenziali che gli esseri umani possono incontrare nel loro percorso (la nascita dei figli, la rivalità tra fratelli, l’allontanamento d acasa, le prove per diventare grandi, la relazione di coppia)
  5. La grammatica della fantasia di Gianni Rodari: l’autore, legittimamente soprannominato “il genio della fantasia” sostiene  l’importanza dell’immaginazione creativa nei programmi educativi dei bambini. Interessanti i suoi suggerimenti per l’uso della fiaba con bambini più grandi, attraverso attività creative che consentono al bambino un ruolo più attivo (modernizzazione della storia, inversione di ruoli, finali diversi, insalata di favole, etc). “Una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni, immagini, analogie, ricordi, significati, sogni in un movimento che interessa l’esperienza e la memoria, la fantasia e l’inconscio
  6. Il mio libro Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, (vincitore del premio di saggistica Keywords de L’Espresso 2014), raccoglie i suggerimenti più interessanti che ho appreso dallo studio sistematico del materiale fiabesco, privilegiandone gli aspetti pedagogici. Il libro ripercorre idealmente il ciclo di vita dell’individuo: la nascita, l’adolescenza, la relazione di coppia, la genitorialità, la formazione, il tempo libero e il lavoro. Le tappe e gli eventi significativi del ciclo di vita sono analizzati attraverso il supporto di molteplici fiabe, tra cui la Sirenetta, Il Mago di Oz, Peter Pan, Alice nel Paese delle Meraviglie, Cappuccetto Rosso, Sindibàd, La Gabbianella e il Gatto, Frozen  e molte altre ancora: “mi sembra che il potere formativo della fiaba sia dato soprattutto dall’esperienza di relazione: la narrazione costringe a recuperare la categoria del tempo: la storia ascoltata e ricevuta, narrata o donata, è un tempo pieno e denso di significati, perché non è realizzabile se non attraverso la relazione, con l’altro o con se stessi. Si tratta indubbiamente di un’acquisizione fondamentale, anche per l’uomo contemporaneo, anche in età adulta

A questo punto quali fiabe leggere? La prima fondamentale indicazione è di leggere la versione originale delle fiabe, sorvolando su revisioni edulcorate, rimaneggiate nei finali e nei personaggi, erroneamente ripensate per un pubblico infantile. Le versioni originali si trovano nelle sezioni per adulti delle librerie, spesso sugli scaffali dei classici. E da qui sono partita io, leggendo inizialmente la raccolta dei Grimm, Calvino, Le Mille e una notte, Andersen, Carroll, Baum, Collodi, le novelline di Gozzano, le fiabe di Capuana, Li Cunti di Basile, la produzione di Rodari e di Sepulveda. Ma il raggio di studio si è ben presto ampliato e, spinta dalla curiosità, ho iniziato ad esplorare trame meno note o etnicamente caratteristiche, tra cui: fiabe africane, irlandesi, russe, islandesi, caraibiche, birmane, indiane, polinesiane, le leggende dei Mari del Sud e quelle dei Pellerossa… La cosa più bella? Scoprire regolarmente l’equilibrio tra particolare e universale, tra globale e locale. Le fiabe sono il risultato della necessità narrativa tipicamente umana, con cui comunichiamo la nostra specificità culturale e al contempo l’appartenenza alla storia umana universale.

Infine, sono regolarmente impegnata in percorsi di formazione sul tema delle fiabe e sulle possibili applicazioni del materiale fiabesco nei più variegati contesti formativi e professionali. Perché, a mio avviso, qualsiasi argomento può essere trattato attraverso la fiaba e una sola fiaba si presta a trattare molti argomenti. Se sei interessato, non esitare a contattarmi.

la mia biblioteca fiabesca allo stato attuale

*Antonella Bastone (2017), Le fiabe raccontate agli adulti. Storie di ieri e di oggi per la formazione, Gruppo Editoriale L’Espresso

Il principio dialogico di Buber raccontato dal Piccolo Principe

Il Piccolo Principe è una storia per adulti, nonostante venga generalmente inserita tra le pubblicazioni per l’infanzia. Spesso i bambini ne restano sconcertati perché è un romanzo che parla del disincanto del mondo adulto, attraversato da una profonda desolazione, da una malinconia costante che si chiude con un finale destinato a lasciare un’inevitabile inquietudine (il piccolo protagonista che si dona liberamente alla morte).

E allora, se si tratta di una storia per adulti, possiamo proprio trattarla come tale, approfittando delle sue metafore per parlare di filosofia, in particolare di Buber, del suo principio dialogico e delle ricadute pedagogiche che ne conseguono. Continue reading

La canzone del mare: cosa può ancora insegnarci l’immaginario fantastico irlandese?

Il film La canzone del mare (2014) è un’incantevole fiaba che recupera l’immaginario fantastico irlandese e lo sviluppa al punto da affrontare questioni evolutive particolarmente attuali, come la rivalità fraterna e la gestione delle emozioni.

Dell’antico immaginario del Nord, ritroviamo innanzitutto le protagoniste femminili: le Selkie, creature mitologiche irlandesi, caratterizzate da una natura duplice. Esse vivono nel mare con aspetto di foche, ma possono rimuovere il manto e assumere aspetto umano sulla terra. La Selkie rappresenta la complessità della natura femminile – metà umana metà creatura magica – ed è il collegamento necessario fra mondo reale e il cosiddetto “altro mondo”. Continue reading

Rudolf alla ricerca della felicità, una lezione di vita…tra attualità e tradizione

Rudolf alla ricerca della felicità è un film che si allontana dalle rappresentazioni cinematografiche cui siamo abituati e che riflette un modello culturale caratteristico, quello giapponese, con il proprio sistema fondante di valori, il proprio modello di percorso di indipendenza e di ruoli sociali. Il film è infatti basato sul romanzo per bambini più venduto in Giappone.

Il protagonista è Rudolf, un gattino nero, che vive in Giappone con la sua amata padroncina. Un giorno, spinto dal desiderio di esplorare il mondo, salta su un camion e si ritrova, dopo una notte di viaggio, a Tokyio. Nella capitale incontra Tigre, un grande gatto-capo temuto e rispettato da tutti che prende Rudolf sotto la sua protezione. Continue reading

Coco. Quando un bambino risolve i conflitti intergenerazionali

Con un po’ di ritardo rispetto all’uscita cinematografica, ho visto Coco. È stato detto che questo film affronta per i bambini il tema della morte, ma non mi sembra l’argomento protagonista. Tra l’altro il mondo dei defunti altro non è che una trasposizione della vita sulla terra, dove i morti mantengono la stessa organizzazione sociale precedente, oltre che i tratti caratteriali, in termini di vizi e virtù. Unico elemento che ci ricorda l’interruzione della vita reale, presente in moltissime culture, è il pericolo che il defunto sia dimenticato dai vivi, pertanto è necessario riattualizzare il ricordo attraverso rituali.
Il film parla in realtà di un tema molto complesso, ossia la trasmissione intergenerazionale dei conflitti familiari. Un bambino, ultimo anello di una catena generazionale compatta e solida per principi e valori, è chiamato in causa per risolvere i conflitti e i problemi che appartengono alla storia dei suoi predecessori e la cui irrisolutezza però condiziona la possibilità del bambino di progettare il proprio futuro. Continue reading